Racconti

«Pinocchio e il capitolo che non c’era una volta», perchè se pensavi di aver letto tutto sul burattino più famoso del mondo, forse non sapevi che…

«Cosa accadde la notte in cui Pinocchio da burattino si trasformò in bambino?» Un capitolo inedito e clandestino della favola più famosa del mondo.

Pinocchio e il capitolo che non c’era una volta di Alberto Fiori «Pinocchio e il capitolo che non c’era una volta», il mio primo libro. L’amore che provo per ogni sua pagina è indescrivibile. Ero impegnato nell’editing di quello che si sarebbe dovuto trasformare nel mio romanzo d’esordio, quando la persona con la quale stavo correggendo quelle pagine (Lina Monaco), mi disse che, come casa editrice (Ifix), stavano progettando una nuova collana di libri per bambini (Juvenilia). Il processo della ‘trasformazione’, attraverso i personaggi delle favole che più hanno sofferto quella fase (Pinocchio, la Sirenetta, il Brutto anatroccolo etc.), sarebbe stato al centro del progetto. Non potevo di certo pensare che tra i tanti nomi altisonanti che venivano ingaggiati, io potessi essere stato scelto proprio per inaugurare la collana. Mi venne affidato «Pinocchio», che ben presto divenne «Pinocchio e il capitolo che non c’era una volta» e ora capirete perchè: Non è mai stato nel mio stile riproporre qualcosa di già abbondantemente rivisitato e mi ritrovai con le spalle al muro e un gigante di legno dalle sembianze di burattino che sembrava intimarmi: «Voglio proprio vedere ora che t’inventi».

Mentire a se stessi non è mai bello, figuriamoci a uno come Pinocchio.

Passarono quasi due mesi in cui provai a scrivere innumerevoli versioni di una favola che non mi stava facendo sognare come avrei voluto, poi arrivò come sempre la mia fida alleata a salvarmi. Ricordo che ero nella sede della casa editrice e sbattei le nocche della mano sul tavolo, accusandomi di essere ‘una testa dura’, di non riuscire a trovare quel ‘gancio’ che mi avrebbe permesso di risolvere tutto, quando quel rumore accese in me l’ispirazione. Mi catapultai nel mio studio di registrazione in preda al delirio artistico.

Dopo aver letto la biografia di Collodi, mi balzò agli occhi che l’autore, volontariamente o meno, non aveva accennato a cosa Pinocchio provasse al momento della trasformazione. Cosa accadde quella notte?

Le nocche che sbattevano sul tavolo avevano riprodotto il suono di un cuore ancora di legno che incominciava a battere per la prima volta, così cominciai a programmare il suono del sangue che iniziava a defluire nelle vene, lo scroscio di acqua che cominciava a riempire il burattino, il crescere dei capelli, l’ammorbidirsi della pelle. Tutti gli elementi riproposti a livello sonoro, come delle onomatopee, davano libero sfogo ai sintetizzatori che da sempre mi accompagnavano. Scrissi il testo del libro, ma la cosa più bella e inaspettata ancora doveva accadere. Le illustrazioni del libro vennero affidate all’artista Cecilia Campironi, sotto la sapiente direzione artistica di un mostro sacro dell’illustrazione come Maurizio Ceccato, a cui l’Ifix fa capo.

Reclutammo circa quindici bambini dai sette ai dodici anni, che ogni sabato si riunivano presso la sede della casa editrice, trasformata per l’occasione in un laboratorio artistico.

Venne scelta la tecnica del collage. Intanto il mio testo veniva studiato dalla psicologa dell’età evolutiva Geggina Cassandra, così da portare sugli scaffali un vero e proprio gioiello, sia a livello grafico che di contenuti. «Pinocchio- Il capitolo che non c’era una volta» era realtà.

Da questo libro è stato tratto, con le musiche di Alberto Fiori e le animazioni di Maurizio Ceccato, un video, su cui, un altro piccolo genio, l’attore Leonardo Girolami ha prestato la sua voce:

Il libro venne presentato alla Fiera «Più libri più liberi» e successivamente in molte librerie italiane, riscontrando il consenso di pubblico e critica.

Guarda la conferenza tenutasi  all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Tengo a precisare che nessuna bugia è stata scritta.

Scrivo racconti perché l’attenzione scema, un libro di racconti brevi, ironici, dai finali spiazzanti.

Scrivo racconti perché l’attenzione scema, un esperimento socio-letterario per spingere il lettore più pigro a tornare a perdersi nelle pagine di un libro.

Dalla quarta di copertina di «Scrivo racconti perché l’attenzione scema»: – Ogni volta che ci viene detto: «Beato te che hai tempo di leggere», uno scrittore muore. Scrivo racconti perché l'attenzione scema di Alberto FioriNon volendo essere la prossima vittima di questa roulette culturale, l’autore coglie la sfida provando a comporre questa raccolta di brevi racconti, imprevedibili, dai finali bizzarri e mai scontati. Il lettore si ribellerà a una Storia di condominiale follia, tentando la sorte in un Parcheggio Titanico, segnerà di rovesciata come un vero Bomber, mentre starà pasteggiando un integratore vitaminico Facendo finta che fosse Fanta. Lotterà per una Palestrina Libera, sperando che non esca il 49. Farà il tifo per Rosalba, per il Colonnello Pasquini, si accorgerà che Otto Vite non basteranno probabilmente a Livietta per trovare l’amore. Tutto questo mentre L’uomo delle gomme lo starà osservando e non potrà far altro che dire: «Io non sono il diavolo». Alberto Fiori con uno stile fluido porta alle estreme conseguenze situazioni politiche e sociali negative.-

Perchè questo libro

Ogni mio gesto artistico nasce da un’esigenza interiore; una storia mi sceglie, cerco di capire il modo migliore per raccontarla, che siano note o parole e poi m’impegno al massimo per far sì che possa rendersi fruibile al maggior numero di persone. Con «Scrivo racconti perché l’attenzione scema» e lo ribadisco fin dal titolo, ho sentito l’esigenza non pretestuosa di andare incontro e non contro a questa tendenza che vede la nostra popolazione essere in quartultima posizione in Europa per numero di lettori.
Kafka diceva che «Un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi»; in questa era di scioglimenti climatici, ci accorgiamo che invece che quella lastra gelata galleggia indisturbata in molte persone, le quali, il più delle volte, si gonfiano il petto per questo loro clima interiore.
Comprendendo fin da subito che non ci si improvvisa scrittori, malgrado in rete sia pieno di tutorial che garantiscono di farti diventare il nuovo Calvino, ho tenuto fede al rapporto che semmai avessi voluto scrivere un libro ne avrei dovuti almeno leggere mille.
Lo ammetto, non sono arrivato a tanto, ma il vedermi spesso con un libro in mano, portava le persone che incontravo a dirmi: «Beato te che hai il tempo di leggere», come se l’atto in sé fosse sinonimo di vita ‘spensierata‘; così ogni volta mi ritornava in mente la frase di Woody Allen: «Leggo per legittima difesa».

«Letture apparentemente leggère per spronare i pigri a lèggere; il fatto che tra lèggere e leggère ci sia solo un accento di differenza, mi ha dato l’idea».

Se a partire da oggi una persona leggesse venti pagine al giorno, in un anno avrebbe letto: Moby Dick, Ulisse, Lolita, Guerra e Pace, Delitto e Castigo, Cent’anni di solitudine, Viaggio al termine della notte e tutti i racconti di Bukowski. Quella persona, tra un anno, sarebbe senza ombra di dubbio migliorata. Così mi sono detto: «Perché non scrivere un libro di racconti, apparentemente leggeri, dove nascondere in essi una morale che possa aprire un punto di vista diverso nel lettore». C’è una frase di Jonathan Swift che mi ha da sempre colpito: «Un uomo non verrà mai indotto con il ragionamento a correggere un’opinione errata che non ha acquisito ragionando»; con questo libro cerco in qualche modo di far ragionare anche il lettore più radicato, raccontandogli una storia apparentemente scanzonata.

«Se tra la parola LIBRO e l’essere LIBERO ci sia solo una lettera in più, non credo sia solo un caso. Leggendo ho imparato a farmi una mia opinione e a maledire le volte che ho seguito quelle degli altri »

Vivo gran parte delle mie giornate con le antenne dritte, cercando di captare le assurdità di questo mondo, per poi trasformarle in storie. In «Scrivo racconti perché l’attenzione scema» si parla di popoli oppressi e di muri che si innalzano, di ignoranza, di presunzione, di sogni, di futuro, di religione, di fanatismo, di guerra, di cattiveria, di famiglia, di mancanza di lavoro, di amore, ma ho cercato di  non far mai imbatterete il lettore in qualcosa di scontato, perché a mio avviso è proprio lì il segreto: un finale a sorpresa o colmo di poesia.

«Questo è un libro dove vivono quel tipo di personaggi che ognuno di noi può incontrare nella vita di tutti i giorni. Il filo conduttore che vi legherà a me che gli ho creati sarà proprio questo: Ma lo sai che pure il macellaio sotto casa mia è un Terminator?»

Non contento di questo, ho deciso di far diventare alcuni di questi racconti e tutti gli altri che scriverò nel tempo, qualcosa di fruibile in un formato audiolibro arricchito da sottofondi musicali, che porteranno lettore/ascoltatore, a vivere quelle parole con la musica che avevo pensato mentre le scrivevo. Sarà questa mia propensione a non discernere la sfera musicale da quella letteraria, ma noto poca distanza tra una chiave di violino e una di lettura. Mentre scrivo tengo sempre il tempo con il piede, le parole hanno un loro ritmo e io mi limito solo a fermarlo su pentagramma, regalando al racconto la musica che lo aveva in un certo senso accompagnato e ispirato. Il tempo ha caratterizzato molto «Scrivo racconti perché l’attenzione scema», tanto che alla fine di ogni racconto, ho riportato il numero di minuti che servirebbero per leggerlo. «Dura solo due minuti, non mi dire che non hai due minuti da dedicarti…».

«Morse» è un racconto nato dall’incipit scritto dal Premio Campiello Giulia Caminito, incluso nella raccolta di racconti «Il coniglio e la ragazza» (L’Erudita, 2022).

«Morse» può essere qualcosa che ti stritola o un linguaggio per comunicare.

Ho paragonato la scrittura di questo racconto a una manovra di Heimlich, capace di liberarmi l’anima da un peso che mi stritolava.

Cercare ‘il tramite’ è l’unica soluzione .

«MORSE» di Alberto Fiori

L’animale fissava la ragazza dall’alto del muretto in pietra grigia. Il coniglio era bianco, con una piccola macchia nera nel dorso. La ragazza fece un passo verso di lui, provocando uno scatto del roditore. Ora si trovava posizionato di traverso, pronto a saltare. Lei fece ancora mezzo passo, allungando in offerta il mazzo di fiori che teneva in mano. Il coniglio sbatté la zampa, balzò oltre il vialetto in ghiaia e corse zigzagando tra le lapidi del cimitero“.

Quei coniglietti erano per Giada l’unica distrazione di quel luogo, dove la morte di sua madre l’aveva catapultata senza preavviso. Erano passati già diversi mesi, ma come le aveva spiegato il suo terapista, ci sarebbero voluti degli anni prima di riuscire a convivere con un tale dolore. «Ho delle morse tremende che mi stritolano dentro», questo gli diceva ogni volta Giada, quando il pensiero della madre cominciava a battere ancora più insistentemente, come un’infezione al culmine. Ogni sabato mattina fermava l’auto sempre davanti allo stesso box di fiori; lo aveva scelto tra i tanti, perché le piaceva il nome Billy riportato sull’insegna, proprio come si chiamava il suo cane di quando era bambina. Comprava ogni volta un mazzo di sempreverdi, le piaceva l’idea di quei fiori indipendenti, che non hanno bisogno di acqua, che avrebbero saputo regalare a quella lapide un aspetto dignitoso a prescindere da tutto, più a lungo di qualsiasi altra specie. Pulirne il marmo, lustrarne la fotografia, erano per Giada un modo per accudire l’accuditile. Guardava le tombe attorno e si era oramai stancata di chiedersi come le persone potessero lasciare i propri cari in balìa di ragnatele e polvere, quale grado di menefreghismo potesse raggiungere l’essere umano: l’indifeso e l’indifendibile. Anche lei sapeva che sua madre non era lì, ma quello era l’ultimo luogo dove l’aveva lasciata, quello era l’unico posto che ne conservava le cose certe, tangibili, benché prive oramai di un’anima. Così con una pezzetta, cercava di dare un tono anche agli altri loculi spogli e polverosi, le piaceva l’idea di donare contegno a chi con la madre stava condividendo quegli spazi. Per Giada, tutto quel da farsi, era un modo, una scusa, per fermarsi il più a lungo possibile. Un giorno decise di mettersi a studiare il linguaggio morse e utilizzarlo per bussare sulla lapide della madre; aveva imparato solo una frase per il momento: « — .. / — .- -. -.-. …. .. / — .— — .-» che altro non voleva dire che «Mi manchi mamma». Avvicinava le nocche della mano sul marmo e lo colpiva delicatamente, proprio in prossimità della foto, con l’idea di produrre un bisbiglio ritmico che non fosse facilmente udibile, che fosse solo il loro, che nessuno potesse giudicare. Cercava ostinatamente un contatto, qualcosa che le facesse credere che tutto quel dolore era solo in attesa di un tramite, che avrebbe risolto, che l’avrebbe fatta abituare a un nuovo tipo di legame. Questo le diceva sempre il suo terapista: «Giada, trasforma il tuo dolore nella tua forza, trasforma le morse che ti attanagliano in carezze che ti sfiorano». Lei aveva provato a sognare la madre, ma non c’era stata notte che non le avesse regalato altro che risvegli senza memoria o incubi persistenti, gli stessi che l’avrebbero resa pensierosa poi per tutto il giorno. Non voleva dall’Aldilà numeri per diventare ricca o premonizioni che l’aiutassero in chissà quale scelta, aveva solo un disperato bisogno di poter rivivere anche solo un momento in compagnia di sua madre, uno di quei sogni che ricordi di aver fatto solo a metà mattina, mentre un sorriso ti irradia il viso. Mentre provava a ribadire quel messaggio cifrato, tamburellandolo ancora una volta e una volta ancora, come a voler essere sicura che arrivasse a destinazione, Giada si accorse che lo stesso coniglio che l’aveva accolta al suo arrivo, era tornato e la stava fissando, muovendo le orecchie a ogni tocco da lei ‘sussurrato’. Man mano che il messaggio veniva ribadito, il coniglio con un piccolo balzo, si avvicinava alle sue gambe; Giada naturalmente faceva finta di niente per non vederlo nuovamente fuggire. Sembrava come se l’animale volesse capire meglio cosa si stessero dicendo. Arrivatole a un centimetro dalla gamba, con il muso le fece una carezza e poi saltando, balzò via nascondendosi dietro un albero, tra l’erba alta. Quel coniglio le avrebbe fatto ancora compagnia per molte altre volte, dandole il benvenuto e ritornando non appena Giada iniziava il suo rituale, per poi sfiorarla ogni volta. «Trasforma le tue morse in carezze» Bussare su quella lapide era come battere a una porta aspettando di entrare. Tornando a casa ogni volta, man mano che il tempo passava, le morse di quel dolore si andavano attenuando; si accorse che, per uno strano gioco di parole, il codice che aveva adottato per fuggire dalle sue morse, era formato dalle stesse medesime lettere. Copyright© All rights reserved Tratto dalla raccolta «Il coniglio e la ragazza»,  da un incipit di Giulia Caminito edita da L’Erudita di Giulio Perrone.

Copertina de «Il coniglio e la ragazza»«Il coniglio e la ragazza», la raccolta di racconti nata da un incipit di Giulia Caminito.

Questo incipit proposto dalla scrittrice Giulia Caminito, vincitrice del Premio Campiello con il bellissimo «L’acqua del lago non è mai dolce» (Bompiani, 2021), mi ha permesso di raccontare la soluzione che ho trovato per superare una perdita importante.

«Il coniglio e la ragazza» vorrei paragonarlo alla manovra di Heimlich. Leggendolo mi ha come permesso di liberarmi da qualcosa che ostruiva la mia anima. Chiunque di noi abbia perso una persona importante, si è ritrovato a fare i conti con la propria malinconia. Superare quello stato d’animo è una delle sfide più dure a cui siamo chiamati e non sempre ne usciamo vincitori, benché non ci sia nulla da vincere.

C’è sempre un modo per convivere con il proprio dolore

Quando accadde a me feci tesoro di alcune frasi che mi vennero dette. Quando mio zio mi disse: «Alberto, la vita è una grossa fregatura» mi sembrò di aver magicamente trovato il passe-partout per affrontare qualsiasi dolore; quella frase avrebbe risolto ogni cosa, anche se non era così. Quando un’amica di mia madre mi disse: «Non so se prova più dolore chi se ne va o chi resta», m’interrogai a lungo su quel dilemma irrisolvibile e alla fine mi ritrovai con più dubbi di prima. Poi, come d’incanto, come se quella persona che mi aveva abbandonato avesse trovato il modo per tranquillizzarmi, riuscii a trovare una pace interiore, qualcosa che nutrisse il mio dolore perenne, con dosi massicce di illusioni. Nessuno sa cosa ci sia dall’altra parte, ma ho imparato che qualcosa c’è. L’ho intitolato «Morse», perché tra il dolore che ti stringe in una morsa e la ricerca di quel linguaggio cifrato che ti aiuterà a trovare quel ‘tramite’, non c’è tutta questa distanza. Leggi il racconto «Morse».

Locandina L'Acqua e la farina «Annamo bene, proprio bene», soprattutto se ti viene chiesto, direttamente da Mauro Trabalza, nipote e proprietario del ristorante “La Sora Lella”, di scrivere le musiche dello spettacolo teatrale dedicato a due miti eterni del cinema italiano, come la Sora Lella e il fratello Aldo Fabrizi.

«Annamo bene e pe falle annà bene» credo che le cose, soprattutto in campo artistico, non capitino mai per caso; mi sono sempre reso conto che noi siamo dei tramiti, attraverso i quali l’opera si materializza. Se avrà successo o meno dipenderà da tanti altri fattori, ma se sentiamo la “chiamata”, non possiamo esimerci dal concretizzarla. Così è stato per questi due brani. Inizialmente non avevo assolutamente idea di comporre delle canzoni vere e proprie, era mia intenzione creare più un’atmosfera sonora che potesse accompagnare la commedia, ma non avevo fatto i conti con i “fantasmi dei due attori”. Mi sono ritrovato, senza nemmeno sapere perché, a scandagliare il web alla ricerca di filmati storici, a cercare in giro aneddoti particolari, che me li potessero raccontare al meglio, come solitamente m’impegno a fare se dovessi scrivere un libro su qualcuno. Ecco allora che zio Aldo (non me ne voglia, ma oramai è lo zio di tutti), in un video raccontava del segreto della sua ‘amatriciana’ nascosto tutto nella padella “de ferro”, di quelle di una volta, con la quale la preparava. Poi mi riallacciai, per un’altra frase, a un aneddoto che raccontava di un Aldo che si arrabbiava se vedeva buttare il sale dopo il bollire dell’acqua. Ecco che il testo e la musica si sono andati a scrivere come per magia, spontaneamente, guidati dal suono di quello “sfrigolio” che produce l’olio mentre si scalda:È pronto viè a magnà testo

Per «ANNAMO BENE», la canzone da dedicare alla Sora Lella, la storia ha preso una versione più “romantica”.

Fu un video in cui lei veniva intervistata da Maurizio Costanzo, a ispirarmi. Una Sora Lella che a un certo punto si fa nostalgica e desiderosa di ricordare al pubblico le decine e decine di film a cui aveva preso parte. In quel preciso istante ho avuto come la sensazione che lei volesse rivendicare il suo essere attrice. È stato consequenziale per me appuntarmi ogni film a cui aveva preso parte, dai Tartassati, a Totò, Fabrizi e i Giovani d’oggi, da I Soliti Ignoti, all’Audace Colpo e a questo aggiungerci le tante frasi iconiche, che l’hanno resa immortale. Volevo renderle in certo senso giustizia. Anche in questo caso, le musiche sono nate quasi di getto, come se quella melodia fosse in un certo senso presente in quelle parole. Un lavoro corale al quale ho partecipato insieme a Menotti Minervini e Vittorio Giannelli, sotto lo pseudonimo attraverso cui ci identifichiamo a livello musicale, ossia Melatti. Annamo bene testo

Lo spettacolo è andato in scena presso il Teatro Garbatella di Roma, il 15 e 16 ottobre, registrando due sold-out; la tournè proseguirà a Bologna, poi Chieti (per le prossime date consultare la pagina Fb della compagnia) L'acqua e la farina foto palco L'Acqua e la farina compagnia teatrale

«Il corridoio narrante» è un affresco sul futuro

«Il corridoio narrante» è nato dall’idea della classe VA della scuola “Italo Calvino” di Roma, di dipingere sulle pareti interne del loro istituto, una rivisitazione personalizzata delle copertine dei libri che più hanno amato durante l’anno scolastico.

Per il «Corridoio Narrante, sono stati proprio i bambini a volerla a presenziare quest’oggi» (Link al primo appuntamento). Sentirsi dire una frase del genere mi ha trasformato nel leone della Metro Goldwyn Mayer, inutile nasconderlo. Dal primo incontro avvenuto circa un mese fa, essere rimasto nel cuore di questi giovani studenti ha un valore speciale. Siamo scrittori per esigenza interiore, per smania di raccontare, diventiamo poi professionisti grazie ai guadagni che ne scaturiscono, ma c’è un fattore, il più importante di tutti che riguarda cosa lasceremo alle generazioni future. Sapere che, un domani, un bambino diventerà uno scrittore o semplicemente un buon lettore, grazie all’incontro avuto con me, mi appaga. Mi sono seduto allora sull’unica sedia con i braccioli presente nella scuola e con voce strascicata e accento siculo, ci ho detto:

«Picciriddi, avite fatti ‘na bìedda cuosa cu chiste copertine r’i libri. Sarriti prima bravi carusi e poi ottimi picciotti…»Poi la Preside è arrivata e mi ha detto che avevo interpretato male la mia figura di “padrino” della manifestazione…

A parte gli scherzi, è stato davvero emozionante immaginare questi bambini di 5*elementare, impegnarsi a disegnare le copertine dei loro libri preferiti sui muri della propria scuola, imparare l’arte dell’affresco, lo scegliere una frse letta da cui partire, dare sfogo alla propria immaginazione.

Da «Il gufo che aveva paura del buio» a «L’incredibile storia di Lavinia», dal pluripremiato «Il bambino sottovuoto» a «Le tre pentole di Anghiari» e molti altri.

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Quando una scuola viene supportata da un corpo docente competente, ecco nascere queste perle culturali.

  Da sottolineare la capacità dei bambini di collegare ogni opera a un QCODE, che riportava a una spiegazione dettagliata dell’opera e al libro che l’aveva ispirata. Un plauso a questi piccoli geni, al corpo docente capace di stimolarne la creatività, ai genitori, che hanno saputo scegliere la scuola giusta per i propri figli (e non è facile). Mi sono trovato per una mattina davanti al futuro e non ho avuto paura, questi bambini sono sicuro sapranno trasmettere i giusti valori. Non mi rimane allora che gridare: «W la scuola primaria Italo Calvino di Roma (che mi ha adottato come “padrino”)».

COPERTINA NONNE CECIE CRESCONO«Nonne Cecie crescono» è una storia tratta dalla raccolta di racconti «Romolo e Remo», ispirati dalle ricette della tradizione romana.

Un viaggio vero e proprio, quello del ritorno a casa, s’incontra con un altrettanto viaggio, ma questa volta di natura culinaria. I vecchi sapori di una volta, tanto amati dalla nonna Cecia e tenuti a freno, dopo la sua scomparsa, dalla famiglia, tornano a riaffacciarsi nelle narici e sui palati delle protagoniste. Il ricordo che si risveglia grazie al sapore del passato.

«NONNE CECIE CRESCONO» di Alberto Fiori

Una settimana prima del grande ritorno, durante una videochiamata dalla lontana Australia, Sara aveva manifestato alla mamma e alle sorelle, di provare una particolare nostalgia per un piatto, che era solito preparare loro la nonna. «Comprendiamo la saudade come dicono i brasiliani, ma tu non stai bene» le rispose ridendo Chiara, sua sorella. Tutte pensarono che Sara stesse scherzando. Tutte, tranne la madre. Da quando Sara era partita per Sidney, a casa Lauretani le ‘piccole donne’, così amavano definirsi le sorelle, erano oramai cresciute, maturate, ma soprattutto scese a patti, o meglio a ‘piatti’, con la madre, liberandosi così da certi legami alimentari che le tenevano strette al passato. Nonna Cecia, scomparsa oramai da cinque anni, era stata una donna dal carattere autoritario, per non dire dispotico; romana verace da sette generazioni, con la battuta sempre pronta e una propensione a seguire unicamente il ricettario capitolino, come da tradizione. In pratica, le ragazze erano cresciute senza troppe smancerie e a trippa al sugo e coratella, abbacchio alla scottadito, rigatoni con la pajata. Il reazionario passaggio al quasi vegetarianismo, dopo la dipartita della nonna, era stata più una reazione che una scelta vera e propria di vita. Ora il passato si stava però reincarnando. La mamma sentenziò che per quella domenica il menù era stato già deciso. Sapeva in cuor suo di aver preso la palla al balzo, era lei ad avere il desiderio di gustare di nuovo quei sapori oramai banditi e nulla l’avrebbe fatta desistere. «Mica vorrete far ritornare Sara in Australia con la voglia?» chiese la madre. «Le venisse pure la voglia, ma a forma di koala!» rispose Anita tra il serio e il faceto. L’indomani, la mattina si aprì con un perentorio «Bando alle ciance e organizziamoci!» tuonato dalla madre, che proseguì: «Io penso al broccolo e a un buon secondo da affiancare, voi invece ve ne andrete con la lista dal Sor Giovanni. Lui saprà cosa farci». «Aho, mamma si trasformando nella nonna» disse Anita alle sorelle «Speriamo non le crescano pure a lei i baffi da tricheco». Quando le tre ragazze entrarono nella bottega del Sor Giovanni, porgendogli la nota, avvertirono in lui la commozione attraversare le sue parole: «La Sora Cecia sarebbe orgogliosa de voi, belle che siete, la minestra de broccolo alla romana era ‘na specialità della bon’anima de’ vostra nonna. Mannaggia a voi, io so’ sensibile a ‘ste cose, me fate singhiozzà». Ritornate a casa, si misero tutte ai fornelli. Verso le 13:00, la «cangurotta di mamma» fece il suo avvento, strappando inevitabilmente lacrime di commozione a tutte. Una volta posati i bagagli ed essersi data una rinfrescata, arrivò in cucina, richiamata da un odore proveniente dal passato. «Mamma, ma mica avrai fatto la minestra di broccolo?» chiese con la paura negli occhi. «Amore mio, ma se sei stata tu a chiedermela l’ultima volta, non ricordi?». «Ma io scherzavo!» rispose arresa Sara. «Classico humor australiano» s’intromise Anita, divertita dalla situazione. «E adesso che ci dovrei fare con tutto questo ben di Dio?» rispose piccata la madre. «Ho un’idea. Stasera, mentre noi ce ne andiamo al cinema, tu puoi invitare il Sor Giovanni con la moglie, così vi farete una bella cenetta a base di minestra di broccolo e parlerete di quanto era brava in cucina Nonna Cecia. Che ne pensi?» propose Chiara senza andare troppo per il sottile. Mentre la mamma si sedeva affranta al tavolo della cucina, Sara, non tanto impietosita, quanto addolorata per ciò che si era andato a scaturire da quella sua battuta, prese il mestolo e si versò un piatto di minestra, sedendosi a tavola e cominciando ad assaporarla. Le altre ragazze, colpite dal gesto della sorella maggiore, fecero altrettanto; si accorsero così che quel sapore le stava davvero riconciliando con un legame impossibile da cancellare. Dopo tre di bicchieri di vino, la madre, visibilmente alticcia, disse «Propongo di dedicare un giorno al mese al ricordo di vostra nonna, cucinando i suoi piatti!». «A me me basta che me fate di’ ‘na Messa!» rispose Chiara, imitando alla perfezione sia la voce che il modo di scherzare della nonna. Quel pranzo se lo sarebbero portate dentro per il resto della loro vita. In quanto al Sor Giovanni, la sera le ‘piccole donne’ gli suonarono alla porta di casa, regalandogli un pentolino di minestra di broccolo come la faceva la Sora Cecia, perché il ricordo è di chi se lo sa meritare. Copyright© All rights reserved Tratto dalla raccolta «Romolo e Remo»,  a cura di Patrizia Cesari, Prof. Antonio Mistretta e Flavia Pantaleo, edita da L’Erudita di Giulio Perrone.

Romolo e Remo copertina libro«Romolo e Remo», un libro di racconti ispirato dai sapori della cucina romana.

«Scrivi un racconto in relazione a una ricetta, presa dalla cucina romana e che ti sarà assegnata da una chef». Una buona forchetta come me poteva esimersi?

Romolo e Remo inevitabilmente ti catapultano nella Capitale. Pur essendo romano e vivendo nella Capitale, a parte qualche piatto, non è che sia mai andato pazzo per le ricette più tradizionali della mia città; mi sono sempre tenuto alla larga dai vari piatti di pajata, coda alla vaccinara, animelle e via dicendo (lo ammetto, amo di più quella napoletana).

Il piatto che la ‘cuoca pe passione’ (ma solo perché non ama definirsi chef), Flavia Pantaleo è stata la ‘Minestra di broccoli’.

Pensai fin da subito che si trattasse di un classico piatto dietetico, di quelli che ti fai la sera per stare leggero, per purificarti, dai rimandi vegetariani. Nulla di più errato, il broccolo non era altro che uno degli ingredienti che avrebbe fatto da supporto alla cotenna di maiale e al lardo, alle abbondanti spruzzate di pecorino e all’immancabile cucchiaiata di strutto. Ricetta Minestra di broccoli Col timore che mi si alzassero i trigliceridi anche solo a scriverla, mi sono lasciato ispirare da colei che per me è e rimarrà per sempre il prototipo di nonna/cuoca per eccellenza, ossia la Sora Lella (nel racconto trasformatasi in Nonno Cecia). In «Nonne Cecie crescono» ho immaginato questa famiglia di sole donne che attraverso la cucina e i suoi odori, rendevano omaggio alla memoria della nonna scomparsa da qualche anno. Da qui il titolo che strizza l’occhio al romanzo di Louisa May Alcott «Piccole Donne»,immaginando queste giovani ragazze crescere nel ricordo e attraverso i sapori della nonna.

Cucinare nel ricordo di sapori antichi è risvegliare l’anima

La collana curata da Patrizia Cesari, il Prof. Antonio Mistretta e Flavia Pantaleo, dal titolo «Romolo e Remo» (Ed. L’Erudita 2022), racchiude una serie di racconti, uno per ogni ricetta tradizionale romana, regalando al lettore una scusa per mettere sul fuoco qualcosa di buono, mentre si sta leggendo.

Nella foto eccomi in compagnia di Patrizia Cesari e il Prof. Antonio Mistretta, alla presentazione del libro tenutasi il 31 maggio 2022 presso il ristorante DaLù di Roma      

Foto presentazione libro Romolo e Remo
Locandina Spettacolo Alberto Fiori

Ama definirsi “scrittista-musitore”, perché in lui si fondono l’anima dello scrittore e quella del musicista. Venerdi 20 maggio alle 20:30 Alberto Fiori torna dal vivo con «Racconti a tempo live» – il reading dove si riding, in cui si racconterà  con nuove esilaranti storie.

Una coinvolgente serata che il pubblico ricorderà a lungo. Parte dei proventi raccolti saranno devoluti alla Scuola Libera Parentale San Filippo Neri.

Come dice la locandina, è un divertentissimo spettacolo in cui Alberto Fiori legge e suona (in realtà avrà accanto Menotti Minervini a sonorizzare ogni storia con musiche elettroniche e Claudia Campagnola, che ha curato la regia dello spettacolo).

Da tanto voleva portare i suoi nuovi racconti tra la gente ed ha sfruttato il periodo di ‘reclusione’ dai locali e teatri, per fare un po’ di ordine nei suoi fogli, scegliendo storie tratte dal podcast omonimo e tanti inediti.

Il suo nuovo spettacolo parte da un locale del Centro di formazione giovanile Madonna di Loreto, definito lo Scatenatoio… perché è quello di cui tutti abbiamo bisogno! Ci sarà la possibilità di cenare con un panino (hotdog, hamburger oppure hamburger vegano), patatine e bibita.

Venerdì 20 maggio alle 20.30 : Cena + spettacolo: euro 19,00

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA: 3458415676

Alberto Fiori

BIOGRAFIA

Alberto Fiori nasce a Roma il 21 giugno del 1974

Artisticamente fa i suoi esordi nel 1995 come cantante e compositore, suona chitarra e pianoforte, facendo esperienza nei villaggi turistici e resort internazionali; all’inizio degli anni 2000 arriva con la band di allora (C15) a solcare il palco del Festivalbar. Come tutti i cantanti che si rispettano, lascia il gruppo e ne fonda un altro (Melatti), con il quale ha un album all’attivo, diversi singoli e collaborazioni prestigiose.

Nel 2012 inizia la sua metamorfosi in scrittore. Uno dei suoi testi non vuole starci nei quattro minuti di una canzone, diventando prima un racconto e poi un romanzo mai edito. Decide d’imparare le tecniche di scrittura che gli avrebbero permesso di raccontarsi al meglio, partecipando al Corso di Scrittura Creativa organizzato da RaiEri e diretto dalla Dott.ssa Paola Gaglianone. Partecipa successivamente a due master tenuti presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, portando a termine il suo percorso formativo.

Nel frattempo dalla IFIX, casa editrice diretta da Maurizio Ceccato e Lina Monaco, viene invitato a scrivere un libro per bambini dal titolo: «PINOCCHIO E IL CAPITOLO CHE NON C’ERA (una volta)», in cui narra cosa accadde la notte della trasformazione. Il libro viene presentato a Più Libri Più Liberi e in molte librerie in tutta Italia, raccogliendo consensi e recensioni positive anche da importanti riviste di settore.

Nel 2018 approda all’Erudita, casa editrice fondata da Giulio Perrone Editore.

Nell’ottobre del 2019 esce in tutte le librerie il libro «SCRIVO RACCONTI PERCHE’ L’ATTENZIONE SCEMA».

Tra presentazioni e serate, porta in tour un reading che miscela musica elettronica e racconti. Nasce così un podcast dal titolo «RACCONTI A TEMPO», disponibile su tutte le piattaforme web (Spreaker, Spotify, Apple Podcast etc.); un esperimento sonoro-letterario, in cui i suoi racconti sono accompagnati da atmosfere musicali composte per l’occasione e frutto di attenti studi sul rapporto tra parola e musica.

Nel frattempo i suoi racconti vengono editati da RaiEri (Plot Machine) e in varie collane per la casa editrice l’Erudita di Giulio Perrone Editore.

Collabora alle collane di racconti di scrittrici del calibro di Nadia Terranova, Lisa Ginzburg, Maria Rosa Cutrufelli e Vincenza Alfano.

Le sue passioni più grandi sono i gatti e i robot anni’80, ama la buona cucina e a tempo perso è un esperto di diffusione editoriale (ma questo è un altro discorso).

Tutto sui suoi libri qui

Alberto Fiori
fotoraccontigram-recitare
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Recitare

«Per comprendere se il testo che avete scritto sia credibile, se riesca a convincere lo spettatore, dovete provarlo e riprovarlo con la persona che vi conosce meglio. L’importante sarà non farle capire che state recitando. Dalla reazione che ne riceverete, scaturirà la valenza o meno sia dello scritto, che del vostro essere attori».   Gianmarco quella sera, finita la lezione di recitazione, se tornò a casa e dopo poco essersi seduto a tavola, sbattendo la forchetta nel piatto, mentre il sugo andava a macchiare la tovaglia, disse alla moglie: «Non può e non deve andare avanti così! Non è giusto per noi! Trova ora il coraggio di dirmi quello che ho dovuto scoprire per caso, vediamo se dalla tua bocca spunterà fuori quella verità che sono anni che mi celi. Era tutto finto, tu eri finta, ogni cosa che mi hai detto, che mi hai promesso, ma come hai potuto? Io non me lo meritavo, noi non ce lo meritavamo. Perché lo hai fatto?». La moglie, a testa bassa, ma con voce decisa, ammise di avere, da oltre cinque anni, una relazione con il proprietario della tintoria, un certo Cesaretto e che il marito aveva ragione, che era arrivato il momento di farla finita con la farsa della famiglia perfetta. Le bastò poco, come se le valigie fossero pronte chissà da quanto. Uscì di casa e per sempre dalla vita di Gianmarco. Il testo era buono, la recitazione pressoché perfetta.

Locandina Racconti a Tempo«Racconti a tempo live» Il reading dove si riding

Torna dal vivo Alberto Fiori lo «Scrittista Musitore» che si racconterà  con nuove esilaranti storie

«Racconti a tempo live», come dice la locandina, è un divertentissimo spettacolo in cui leggo e suono (in realtà avrò accanto il fido Menotti Minervini a sonorizzare ogni storia). Una coinvolgente serata che il pubblico ricorderà a lungo (tengo a precisare che non mi spoglierò nudo…forse). Con Menotti e Claudia Campagnola, che ha curato la regia dello spettacolo, era da tanto che volevamo portare questi nuovi racconti tra la gente e abbiamo sfruttato questo periodo di ‘reclusione’ dai locali e teatri, per fare un po’ di ordine, soprattutto nei miei fogli, scegliendo storie tratte dal podcast omonimo e tanti inediti.

«Racconti a tempo live» sono anche le musiche elettroniche composte insieme a Menotti Minervini, che avranno il compito di accompagnare i racconti, invitando il pubblico a vivere un’esperienza unica.

Mi piace l’idea che questo nuovo spettacolo parta da un luogo che si fa chiamare lo Scatenatoio, perché è quello di cui tutti abbiamo bisogno e perché il mio sogno nascosto, lo ammetto, è vedere la gente pogare mentre leggo una storia («Leggi & Poga» non suona male).

Parte dei proventi raccolti saranno devoluti alla Scuola Libera Parentale San Filippo Neri.

L’idea che ci possano essere tanti ragazzi presenti mi stimola ancora di più, fermo restando che il rischio di essere additato come “BOOOMEEER” sarebbe dietro l’angolo, anche se tengo a precisare che mi sono informato e che sono al massimo un «GENERAZIONE X».

Vi aspetto allora venerdì 20 maggio dalle ore 20:30, per raccontarvi un po’ di storie che spero vi faranno ridere, ma se non dovessero, potrò sempre sfruttare la carta dello spogliarello…